DAWRO KONTA: USI E COSTUMI
Missione che vai, usanze che trovi
Non è una novità che i paesi emergenti siano ancorati ad una società agricola: i prodotti della terra rimangono ancora l'unico mezzo di sussistenza e di scambio. La ragione era ed è che la terra dà un senso di sicurezza non legata al rischio dell'industria o del commercio. La terra è lì e non si sposta. Se anche uno tenta un'avventura economica e le cose dovessero andare male, può sempre tornarci perché la terra non tradisce mai.
In Dawro Konta esisteva la proprietà privata oggetto di scambio e di compravendita. Fitte siepi delimitavano i confini e se questi venivano violati potevano sorgere aspre contese fino a scapparci il rituale morto. L'avvento del comunismo ha reso tutta la terra proprietà dello Stato. L'aver ribadito, alla caduta del comunismo, che la terra rimaneva dello Stato è stata una mossa intelligente; ha evitato una carneficina che sarebbe avvenuta per passate rivendicazioni.
Legato alla terra è naturalmente l'allevamento degli animali: bovini, ovini, polli, ecc. L'allevamento dà alle famiglie degli agricoltori la possibilità di aumentare le entrate utili allo sviluppo. I buoi servono per lavorare e le mucche e le pecore danno latte che serve per la produzione del burro, alimento base nella cucina etiopica e, specialmente in passato, usato anche come crema di bellezza.
Buoi, mucche e pecore sono come una banca familiare nei momenti di particolare emergenza. Succede una disgrazia improvvisa, si deve portare un malato all'ospedale per qualcosa di serio e si richiede una somma considerevole: è il momento di vendere un bue, una mucca, alcune pecore e si fa fronte al bisogno.
Questo si fa solo nei momenti di grande emergenza perché privarsi di un animale domestico è sempre un grande dispiacere. L'animale è cresciuto in casa come uno della famiglia, in una specie di simbiosi tra l'uomo e l'animale che è difficile da capire per noi che vediamo l'allevamento come una cosa meccanica e l'animale come qualcosa da sfruttare e basta.
Per la festa della Croce si fa la classica abbuffata di carne. Ma nessuno uccide un animale proprio: si preferisce venderlo e comprarne uno con cui non si ha avuto relazione, con cui non si è mai vissuti.
Il mercato è il più grande raduno sociale: specialmente i mercati più importanti sono vere adunate oceaniche. La gente converge da tutte le parti, si forma un agglomerato eterogeneo che a noi sembra confusione indescrivibile, ma dove tutti si muovono a loro agio, cercano e trovano amici, parenti e conoscenti.
Comperare e vendere è solo uno dei tanti aspetti e motivi del mercato e spesso neppure il più importante. Quello che conta è incontrarsi, parlare, discutere, raccogliere notizie, litigare fino a darsele di santa ragione. Il maggior numero di teste e ossa rotte è frutto del mercato. A forza di parlare o meglio di urlare - il silenzio non è una dote molto apprezzata - la gola si inaridisce e per lubrificarla non c'è di meglio che una buona dose di arake, una grappa fortissima che spacca lo stomaco e ingarbuglia le idee.
Ci sono mercanti di professione che arrivano con un mucchio di mercanzie, anche le più strane, che sono poi quelle che attirano la curiosità e invogliano a comperare. Arrivano con una carovana di muli e di somari carichi fino all'inverosimile. Chi ha fatto fortuna si è comperato un camioncino, magari di seconda o terza mano. Questo accresce il prestigio e così gli affari vanno a gonfie vele.
La forza del mercato è tale che c'era gente che veniva ai mercati in Kambatta e Wolaita, guadando il fiume Omo con l'aiuto di forti nuotatori e di otri gonfiati.
Dalla partecipazione massiccia e quotidiana ai mercati dei vari villaggi, si direbbe che abiti qui un popolo di mercanti, ma si scopre poi ben presto che al mercato non si va solo per compravendita di manufatti o di prodotti della terra, ma anche per incontrarsi, scambiarsi notizie, fare conoscenze nuove.
Tra le cose più interessanti del mercato c'è la "passeggiata al Corso". È un reparto riservato alle ragazze. Si ride, si canta, si balla. Naturalmente gli spettatori sono i ragazzi ed è questo in fondo che le ragazze desiderano. Molti matrimoni nascono qui.
Non ho ancora incontrato un popolo che nella sua cultura non includa il matrimonio. È certamente una istituzione radicata nella natura umana. È considerato come mezzo per perpetuare la tribù, il clan, la famiglia. Per questo nei popoli detti primitivi la donna viene più o meno considerata secondo il numero di figli che riesce a dare alla stirpe. Il Dawro non fa eccezione. Il matrimonio, considerato come un avvenimento che riguarda tutta la società, non è un affare solo tra un uomo e una donna, anche se l'iniziativa parte da loro.
È il ragazzo che manifesta a suo padre la sua preferenza, d'accordo con la ragazza, anche se non appare pubblicamente. Se il padre approva la scelta, allora il ragazzo va dal padre della ragazza e qui comincia un cerimoniale a volte lungo e complicato. Senza entrare in casa domanda una, due, fino a otto volte che si faccia questo matrimonio. La prima volta il rifiuto è di prammatica, accompagnato molto spesso anche da insulti quanto mai pittoreschi. Quasi sempre, poi, finiscono per acconsentire e il richiedente può entrare in casa per le trattative vere e proprie che si basano principalmente su aspetti economici. Il padre della ragazza è tenuto a dare venti grossi pani di burro, un bue, l'anello nuziale e vestiti. Alla famiglia della ragazza vanno quattro mucche e vestiti vari.
Normalmente, specie per motivi economici, il matrimonio è monogamico. Una volta solo i ricchi, anche per motivo di prestigio, avevano più mogli. Ma ora questa voglia è venuta anche a chi appartiene a una condizione modesta. Appena riesce a risparmiare qualcosa, si prende un'altra moglie. Come riesca a mantenerla è uno dei misteri dell'Africa. È vero che la donna è quella che si dà da fare di più per sbarcare il lunario e su questo l'uomo fa grande affidamento. La poligamia scomparirà col tempo. La forte opposizione che le Chiese fanno porterà i suoi frutti. Ma più che l'idea cristiana conterà la forte opposizione che viene dal governo. Molte volte chi comanda ottiene più di chi cerca di convincere.
Il culto dei morti non esiste. Non bisogna farsi ingannare dal fatto che il funerale è una cerimonia importantissima, grandiosa: tutto poi finisce lì. Si potrebbe quasi definirlo una festa funebre perché ha le caratteristiche di una festa e nello stesso tempo di una cerimonia triste.
Tutti gli abitanti del villaggio e quelli che in qualunque modo hanno avuto relazioni con il morto devono parteciparvi. Più il defunto era anziano e conosciuto, più il funerale deve essere grande e dispendioso. Se poi era una persona famosa, allora si passa ogni limite e la famiglia deve essere ricca per non rovinarsi economicamente. Entra in ballo l'ambizione di far bella figura e queste costano. Allora bisogna vendere gli animali, si può arrivare a vendere anche la terra - cosa di cui non ci si priverebbe mai - oppure indebitarsi, situazione da cui ben difficilmente si riesce poi ad uscire.
È vero che in queste circostanze tutti aiutano con soldi, cibarie, legna per cucinare, perché al funerale è abbinato il banchetto funebre. Il quale è più o meno abbondante secondo il grado di parentela o amicizia col defunto. Chi riceverà di più dovrà anche dare di più. È un calcolo in cui bisogna combinare il dolore con l'appetito.
Alla prima notizia, annunciata con una tromba particolare, tutti si dirigono alla casa del defunto con pianti, lamenti e grida di dolore che si intensificano man mano che ci si avvicina alla casa. È un cerimoniale diretto dal parente più stretto e che alterna periodi di silenzio e di pianto. Come riescano a farsi venire a comando lacrime grosse come ceci e come riescano a frenarle bruscamente non l'ho ancora capito. La scena si ripete quando il corpo viene portato alla sepoltura. Poi tutto finisce, i morti quasi scompaiono dalla vita e dal ricordo.
Se invece il defunto è un bambino piccolissimo, un lattante, viene portato al cimitero dal babbo accompagnato da alcuni stretti parenti, senza pianti o altro. Non ha lasciato nessuna traccia nella vita.
Il funerale (lakso) è seguito dal cerimoniale delle condoglianze. Il capo famiglia siede in un luogo adatto e quelli che vogliono lasciare dei soldi sfilano davanti. Se una persona per ragioni impellenti non può essere presente al funerale deve fare le condoglianze anche a distanza di mesi, ma deve trovare il modo di farle. Prima i morti venivano sepolti nella terra della famiglia e lì rimanevano per sempre. Piano piano scompariva ogni segno della sepoltura e il morto scivolava nell'anonimato.
Una volta non esistevano monumenti sulle tombe; l'unico segno era un mucchio di terra che il tempo livellava; al massimo si piantava un albero. Ora la civiltà ci ha portato le tombe di pietra, semplici monumenti a somiglianza di cassa da morto. Ma c'è sempre chi ha soldi e ambizione, e la tomba la fa venire dalla capitale.
La povertà è grande e le condizioni igienico-sanitarie disastrose: TBC, malaria, ameba, denutrizione, infezioni, bruciature sono molto diffuse e mietono numerose vittime. Per curarsi, si va dagli stregoni. Segno e causa di molte situazioni di miseria è la mancanza di istruzione: tutto il Dawro Konta ha vissuto una situazione di emarginazione derivante dalla difficoltà di comunicazione, ora finalmente risolta dalla grande strada che l'attraversa e lungo la quale vanno sorgendo nuovi paesi, qualche scuola e qualche piccolo dispensario.