Anche padre Vincenzo Succi, del 1927, non scherza. Si trova in Turchia dal 1955 e si è prodigato in mille modi per valorizzare la cultura e la lingua turca, sbizzarrendosi con estro in plurime attività sociali nella città egea di Smirne, dalla creazione di un laboratorio per foto a colori, quando non ne esisteva in Turchia neppure uno, fino alla fondazione del "Centro culturale e d'amicizia turco-italiana", ancora oggi prestigioso per italiani e turchi. Per non parlare della sua attenzione alla pastorale parrocchiale e agli handicappati.
E che dire di padre Gregorio Simonelli per ben 40 anni parroco a Mersin e ora trasferito a Istanbul, e di padre Domenico Bertogli definito il "Patriarca di Antiochia", dove si trova da vent'anni dopo averne trascorsi altrettanti anche lui in quel di Smirne?
Poi c'è padre Adriano Franchini, fino all'anno scorso direttore della Caritas, per la quale si è prodigato a dare casa ai numerosi profughi irakeni e ai terremotati o a costruire scuole per i bambini handicappati emarginati e nascosti dalla società e in mille altri progetti finanziati dall'estero. Ora passa intere giornate ad ascoltare e dare conforto ai tanti pellegrini - musulmani e cristiani, turchi e stranieri - che si recano in pellegrinaggio a Meryem Ana (secondo la tradizione, la casa abitata dalla Madonna ad Efeso); insieme all'etereo, indiano, padre Tarcy e al giovane fra Paolo Rovatti.
Ci sono poi padre Aloys, anziano frate francese, attualmente parroco a Ye?ilköy e padre Barth, americano, missionario per numerosi anni in Giappone che ora dà una mano nella parrocchia di Bayrakli a Smirne.
E "figli" di questi veterani frati sono due giovani cappuccini turchi: fra Hanry Leylek, antiocheno, guida turistica dell'Eteria per diversi gruppi italiani, ma ancor di più guida spirituale per i numerosi giovani della parrocchia di Mersin; e padre Yunus Demirci, trent'anni, ordinato sacerdote nel 2005, una forza giovane, entusiasta, piena di energie per organizzare campi scuola, incontri di preghiera e di studio, ritiri, gite culturali e bibliche.
Non possiamo scordare che, nel 1993, la Chiesa di Mersin diventa testimone e protagonista di un evento straordinario con la nomina e la consacrazione di padre Ruggero Franceschini, cappuccino parmense in Turchia, a vescovo del vicariato dell'Anatolia: segno di un indiscusso apprezzamento per l'opera dei cappuccini in Turchia, dopo averne già precedentemente nominati altri due: il francese padre Gautier Debois (1974), della Provincia di Parigi, vescovo del vicariato apostolico di Istanbul, e padre Germano Giuseppe Bernardini (1983), cappuccino parmense, arcivescovo di Izmir, andato in pensione nel 2004, sostituito dallo stesso mons. Franceschini. Ad essi nello stesso anno si è aggiunto mons. Luigi Padovese, quale nuovo vicario apostolico dell'Anatolia.
Dodici frati - numero squisitamente biblico - e due vescovi, che attualmente, come sentinelle del mattino, stanno in vedetta, sanno scrutare all'orizzonte per cogliere con speranza i segni di luce, con quell'umiltà, letizia e semplicità propria dei figli di san Francesco. Non grandi opere, non grandi attività, ma una porta sempre aperta, per un dialogo schietto, spontaneo, fatto di gesti di solidarietà, di amicizia, di affetto, di stima e rispetto verso tutti, per annunciare la "buona novella" con la vita ancor prima che con la parola. Questa, dunque, da sempre e ancor oggi la caratteristica dei cappuccini in quella che viene definita la Terra Santa della Chiesa.
Ye?ilköy: conoscersi per rispettarsi
Ad Istanbul, ad una ventina di chilometri dal cuore di questa caotica Parigi d'Oriente, vicino all'aeroporto, sulle sponde del Mar di Marmara, di fronte al porticciolo e tra silenziose baie della tranquilla e benestante cittadina di Ye?ilköy, da quasi 150 anni i cappuccini hanno in custodia la Latin Katolik Kilisesi che serve da convento, casa da accoglienza, ma soprattutto da parrocchia e punto di riferimento per i cattolici di rito latino e anche per quelli ortodossi di rito siriaco.
È parrocchia per gli stranieri che si trovano qui per motivi di lavoro, come tecnici che lavorano nel vicino aeroporto o nelle fabbriche, impresari nel commercio internazionale e insegnanti nelle università private, e per i cristiani cattolici residenti qui ormai da generazioni.
Come Asia ed Europa ad Istanbul si mescolano armoniosamente, allo stesso modo nella chiesa dei cappuccini, armeni, latini, siro-ortodossi e caldei si riuniscono nella stessa fede; nelle grandi solennità, anche armeni ortodossi e musulmani vengono qui a pregare.
Il servizio pastorale alla comunità cattolica dei latini si svolge attraverso le celebrazioni liturgiche, la visita alle famiglie, la cura pastorale degli ammalati.
Attualmente la chiesa, in vero spirito ecumenico, è molto frequentata dai siro-ortodossi.
Mentre la comunità latina supera di poco le cento persone, la comunità cristiana siro-ortodossa oltrepassa il migliaio, con un folto e ben organizzato gruppo di professionisti, lavoratori e giovani, che vivono la loro fede con coerenza e caparbietà.
Si tratta di persone che cominciarono ad arrivare negli anni '90 dall'est della Turchia, dal confine con l'Iraq e la Siria, e si sono stabilite nel quartiere. Sono molto portati per il commercio e, da grandi lavoratori, in pochi anni si sono profondamente inseriti nel tessuto della nazione turca e hanno avuto successo tanto da tenere in mano, ora, quasi tutto il bazar.
Questa comunità non dispone di una chiesa in Istanbul e così hanno chiesto ai cappuccini di poter celebrare nella loro chiesa di santo Stefano. Utilizzano inoltre altri spazi della parrocchia per le loro attività e si sentono accolti.
Le loro funzioni sono in aramaico, in rito siro-ortodosso, molto sentite e partecipate: con i cattolici latini c'è un dialogo aperto e fraterno. Il martedì, giorno della settimana che la devozione popolare dedica a S. Antonio di Padova, la chiesa resta aperta tutto il giorno e la gente di qualsiasi credo vi porta il "pane per i poveri" e lo deposita su un altare laterale dove è posta la statua del santo. Alla fine della celebrazione eucaristica i fedeli ne mangiano tutti un pezzettino, mentre il resto viene distribuito ai poveri.
Durante la settimana, infine, c'è la visita di molti studenti, a volte scolaresche intere guidate dai loro professori, che vengono per curiosità, per informarsi, per dialogare, per confrontarsi.
Poi c'è una grande ed invisibile comunità parrocchiale, formata dai numerosi pellegrini che ogni anno visitano i luoghi dove la chiesa ha mosso i primi passi.
La chiesa di santo Stefano, infatti, a pochi passi dall'aereoporto di Istanbul, è tappa piacevole per introdursi al pellegrinaggio in questa seconda Terra Santa. I cappuccini, con generosità, mettono a disposizione mezzi e locali. Tutti i gruppi, provenienti da qualsiasi parte del mondo, possono qui celebrare la Messa, e dialogare con i frati. Dal 2002, inoltre, a lato della chiesa, dopo essere stata completamente restaurata, grazie all'interessamento e alla passione di padre Raimondo Bardelli, è stata aperta una casa a servizio dei religiosi della diocesi e stranieri che intendono trascorrere qualche giornata di ritiro, di aggiornamento e riflessione, nella quiete e nel silenzio. Molto accogliente, nella sua semplicità francescana, con un ampio salone attrezzato per le traduzioni simultanee, è a disposizione anche per simposi e conferenze su temi religiosi. Già si sono svolti qui diversi simposi in collaborazione con le università statali turche sul dialogo islamo-cristiano e il sinodo delle Chiese di Turchia. Un ottimo luogo dove concretamente ci si può incontrare e confrontare imparando a "conoscersi per rispettarsi".
Bayrakli e l'intraprendenza di frate Fuoco
Bayrakli è un sobborgo abbarbicato su una collina in fondo al golfo di Smirne. Quasi a picco su una ripida strada che domina il mare sottostante, ecco un modesto convento, nascosto tra le case, dal quale però si ammira la stupenda baia di Smirne. Costruito nei primi anni del Novecento su un terreno donato da un facoltoso turco e da un cristiano greco ortodosso, ad esso è stata subito affiancata una chiesa, cominciata ad essere edificata nel 1904 ma terminata solo nel 1922 per mancanza di mezzi economici. A terrazze sovrastanti: un orto, un giardino, un salone per le riunioni. Questa è la parrocchia dei cappuccini. Nel 1965 arrivò qui padre Vincenzo, detto anche, non a caso, "frate Fuoco": si rimboccò le maniche per ristrutturare la casa malsicura e organizzare la parrocchia. Radunò persone, escogitò gruppi di catechesi e di preghiera, una squadra di calcio e una corale, riuscendo a riunire intorno a sé una vivace comunità. Lentamente però molti cristiani cominciarono ad emigrare all'estero e la comunità parrocchiale si affievolì sempre più. Padre Vincenzo, dinamico e dal genio creativo, non si scoraggiò e cominciò a ripensare la presenza sua e dei frati in quella località, adattandosi alle nuove esigenze della gente.
Il convento, innalzato di un piano, fu trasformato in un centro di accoglienza per i pellegrini e la parrocchia è diventata sempre più punto di riferimento, di dialogo e amicizia per le persone del quartiere e per i numerosi studenti universitari che ruotano su Smirne. Numerosi sono i ragazzi musulmani che anche dalla periferia opposta della città vengono ad incontrare padre Vincenzo per un dialogo interreligioso. Sua caratteristica è l'attività sociale per i poveri (per i quali è disposto a svuotare le proprie tasche anche fino all'ultimo centesimo), l'aiuto agli handicappati (per i quali ha provveduto a non so quanti interventi chirurgici). Intanto fa anche assistenza religiosa ai militari delle basi americane stanziate a Smirne e continua il suo lavoro di annuncio del Vangelo con spirito giovane - anche se un po' smemorato e non più brillante come una volta - coadiuvato dall'americano padre Barth e da un gruppo di fedeli laici, a lui legati da un'amicizia di vecchia data.
Sulla collina dell'usignolo, la casa di Maria
Per scovare l'altra comunità di cappuccini presente a Smirne, occorre salire sulle pendici del Bulbul dag ("la collina dell'usignolo") dove si possono incontrare, in mezzo al silenzio e al verde, padre Adriano, padre Tarcy e fra Paolo, custodi, con le Suore Minori di Maria Immacolata, della cosiddetta "Casa della Beata Vergine Maria", una casa semplice, composta da due vani identificati come il soggiorno e la camera da letto della Vergine. "Chi viene qui - commenta padre Adriano Franchini, superiore della Custodia di Turchia - torna diverso. La casa di Maria trasmette consolazione e pace a tutti". È qui, non lontano da Efeso, che la tradizione vuole che la Madre di Gesù sia vissuta durante gli ultimi anni della sua vita.
"Maria non abitava proprio ad Efeso, ma nei dintorni, dove si erano stabilite alcune sue amiche. La sua casa si trovava in cima ad una montagna… si tratta di una regione solitaria, abbellita da colline fertili e dolci, con alcune grotte adattate a casa e radi alberi dal tronco liscio, ombrosi e a forma di piramide. Solo la casa della Madonna era in pietra; un sentiero dietro la casa si inerpicava verso la montagna dalla cima rocciosa, da cui era possibile vedere Efeso e il mare costellato di isole". È sulla scorta di queste indicazioni di Anna Katharina Emmerick, una mistica tedesca del XIX secolo, che un sacerdote lazzarista e due suoi amici si avventurarono sulle alture che sovrastano le rovine di Efeso e il 29 luglio 1891 trovarono, accanto ad una sorgente d'acqua, i resti di una casa, meglio ancora di una cappella, seminascosta dagli alberi, proprio come indicato dalle visioni della mistica.
Forse non si arriverà mai a definire l'autenticità di questo santuario nei cui pressi fin dai tempi antichi i cristiani si recavano in pellegrinaggio tutti gli anni nell'ottava della festa della Dormizione di Maria (15 agosto), ma è certo che ogni anno più di un milione di persone vengono a visitare questa "Casa della Madonna". Fu meta di pellegrinaggio di papa Paolo VI e di Giovanni Paolo II. E anche Benedetto XVI durante la sua visita in Turchia a fine novembre 2006 ha sostato in preghiera in questa casetta in pietra e ha celebrato la Messa con i cattolici provenienti da varie zone della Turchia.
Nei documenti ufficiali del governo turco, questo luogo è menzionato come museo a tutti gli effetti, ma in realtà i visitatori, qualunque sia la loro nazionalità, cultura, lingua o religione, nonostante il biglietto d'ingresso che devono pagare, lo considerano un luogo sacro. La luce soffusa che entra dalle piccole finestre è resa ancor più suggestiva dalle innumerevoli candele che incessantemente illuminano questo piccolo santuario.
Padre Tarcy, cappuccino indiano che è qui presente da quasi una decina d'anni, confida: "Spesso si vedono persone, uomini e donne, giovani e vecchi, profondamente commossi o addirittura in lacrime, che dicono: questo è un posto speciale, un luogo sacro, qui si sente la presenza di Maria, nostra Madre".
Così i tre frati, a turno con le suore, si fanno vicini a queste persone, ascoltano, pregano con loro, si fanno custodi di dolori e confidenze uniche. Apparentemente pare che non "facciano nulla" seduti sul muretto e inginocchiati in chiesa, eppure "qui diventiamo testimoni dell'operare dello Spirito Santo nei cuori delle persone", confida padre Tarcy che, stretto nel suo saio, appare ancora più longilineo. Ognuno qui si sente a casa. A Meryem Ana ogni gruppo ha la possibilità di celebrare nella propria lingua e tradizione. È meta di pellegrinaggi anche di musulmani. Arrivano da soli, con la famiglia, in gruppi organizzati, scolaresche e persino squadre di militari. Secondo una loro usanza, legano strisce di stoffa ai rami degli alberi: è la loro preghiera che innalzano al cielo. E così ulivi e arbusti rampicanti sono sempre vestiti a festa.
Mersin: la casa di ogni passante
Agli inizi dell'800 Mersin era un semplice borgo di 1000 pescatori, tra cui solo 5 cattolici; grazie allo sviluppo del commercio verso l'Europa e l'Egitto, già a metà dello stesso secolo, da piccola borgata Mersin diventa una grande città e i frati si mettono a servizio dei cristiani giunti da vicino e da lontano. Ci sono i maroniti arrivati dal Libano in seguito ai conflitti tra musulmani e cristiani; greci ortodossi provenienti dalle isole dell'Egeo; armeni che si rifugiano in questa città dalla Cappadocia e dalla Siria; c'è un gruppo proveniente dall'Afganistan; ci sono francesi e altri europei presenti per motivi commerciali e diplomatici. E non ci sono solo cristiani: è un mosaico di culture, riti, religioni e tradizioni, che si rispecchiano nei diversi nomi dati ai quartieri, nel modo di vestire e di far festa.
Nel 1941 la chiesa offre alloggio ai rifugiati cechi, maltesi e polacchi, i quali, prima di emigrare in Palestina, a ricordo del loro soggiorno a Mersin offrono alla chiesa un quadro, da loro stessi dipinto, della loro Madonna di Cz?stochowa, ancora visibile sopra la porta centrale d'ingresso.
Durante la Guerra del Golfo (1991) sarà la volta dei cristiani caldei fuggiti dall'Iraq: in parrocchia ne verranno ospitati più di 200. Per garantire loro un'istruzione religiosa, umana e professionale, per loro vengono aperti corsi di alfabetizzazione, seguiti da laboratori per le ragazze e una falegnameria per i giovani. Resistono diversi anni, poi, vista la mancanza di avvenire per i figli, cominciano ad emigrare in massa verso la Germania in cerca di benessere e stabilità.
Padre Gregorio, parroco lì dal 1967 al 2005, non si lasciò scoraggiare e continuò nella sua opera di annunciatore del vangelo con bambini, ragazzi e adulti formando una parrocchia vivace e ricca di attività pastorali. Da sempre a contatto con popolazioni diverse e aperta a influenze culturali e religiose eterogenee, ancor oggi Mersin si presenta una città multiforme e la comunità cattolica qui presente non è da meno. Conta all'incirca 550 cristiani, ed è composta armoniosamente da sei differenti gruppi: latini, maroniti, caldei, siriaci cattolici, armeni cattolici e melchiti, continuando così ad essere segno di fraternità e comunione nella diversità. L'opera di padre Gregorio viene ora portata avanti da padre Yunus, padre Roberto e fra Hanry. Anche qui, come a Yesilköy, i cappuccini hanno inoltre aperto un centro fornito di libreria per coloro che sono interessati ad avere un'informazione sul cristianesimo: dal lunedì al venerdì qui si trovano libri e una persona disponibile a dialogare.
Antiochia: angolo di speranza ecumenica
Il fanalino di coda, agli estremi confini sud della Turchia, è la parrocchia di Antiochia. La città, antica "regina d'Oriente", ha ora circa duecentomila abitanti (di cui 1500 cristiani). Dall'inconfondibile "gusto" orientale, scalcinata, è tuttavia candidata all'Unesco come esempio di convivenza pacifica e di dialogo tra religioni e culture diverse: narra di vicende antiche, di storie bibliche, ma anche di attività attuali, di speranze e gesti che raccontano la vita di una piccola comunità cristiana ancora viva.
Nettamente divisa in due dall'Oronte, la città nuova è una selva disordinata di palazzi a molti piani, una brutta copia delle nostre periferie cittadine, mentre la città vecchia si stende pigramente al di qua del fiume, con le sue minuscole case, abbarbicate fin sopra le pendici del monte Silpio, in un labirinto di stradine. Una di queste straducole conduce alla "Turk Katolik Kilisesi": una tipica casa orientale, con cortili interni ombreggiati tutto l'anno da alberi di limoni, aranci e pompelmi.
Restaurata una decina di anni fa, rispettando meticolosamente lo stile originario, con pietra bianca e legno finemente lavorati, è un piccolo capolavoro, ma è un luogo ancor più affascinante per la fede cristiana, perché situato proprio nel cuore della vecchia città, in mezzo ad un quartiere oggi povero e semi abbandonato, ma che nell'antichità era il quartiere ebraico. Quel medesimo quartiere dove i discepoli di Cristo, riunendosi a pregare, furono chiamati per la prima volta, più per scherno che per simpatia, "cristiani". Oggi i cattolici qui sono "un piccolo gregge" composto da una settantina di persone, ma, come il lievito unito alla pasta, cercano fraternamente e coraggiosamente di vivere il messaggio cristiano insieme ai loro fratelli ortodossi.
La presenza della Chiesa cattolica ad Antiochia, oltre alla tradizionale attività pastorale, è caratterizzata da scelte pastorali improntate alla ricerca dell'unità e del dialogo, portate avanti da padre Domenico Bertogli che, attraverso la sua passione, il suo entusiasmo, la sua fede semplice e genuina, ha proseguito sul solco tracciato dal suo predecessore e pioniere padre Roberto, contribuendo così a far rifiorire con tenacia la comunità cristiana antiochena.
Dal 1988 ha iniziato la catechesi per adulti - sia cattolici che ortodossi - seguendo le modalità del cammino neocatecumenale e, attraverso questa scuola di fede, l'ecumenismo è diventato vita di tutti i giorni, fatto di solidarietà, di rispetto reciproco, di momenti di fede e di feste significative celebrate insieme, quali il Natale, la Pasqua, la celebrazione di san Pietro e san Paolo.
Da 14 anni i cattolici celebrano la Pasqua nella stessa data degli ortodossi, partecipano alle iniziative organizzate dalla Chiesa ortodossa e questa fraternamente contraccambia. Il 29 giugno, per la solennità dei santi Pietro e Paolo, presso la grotta di San Pietro, si svolge una celebrazione ecumenica con la partecipazione delle autorità della città: sono fatti fino a qualche anno fa impensabili. Anche con la comunità ebraica padre Domenico ha intessuto un buon rapporto costruito sull'amicizia e sul rispetto. Per quanto riguarda il dialogo interreligioso, c'è l'accoglienza dei turisti turchi e soprattutto uno scambio di vita semplice con i vicini di casa e di quartiere. Attraverso la Caritas, la piccola comunità cristiana cerca di rendere concreta la vocazione all'unità e alla carità, lavorando insieme alla chiesa ortodossa per aiutare i fratelli e le sorelle più bisognosi, sia cristiani che musulmani.
Personalmente, come laica consacrata dell'Ordo Virginum di Milano, dal giugno 2002 collaboro ad un'attività in aiuto a donne in difficoltà. Sono sia cristiane sia musulmane, con figli, abbandonate dai mariti e senza altri familiari che possano venir loro in aiuto, vedove oppure spose con mariti impossibilitati ad accedere al mondo del lavoro per handicap fisici. Per loro è stato creato un luogo, non a caso chiamato "Angolo di speranza", all'interno dei locali della parrocchia, dove potersi riunire e vendere i loro prodotti, in stoffa, ricamati o lavorati a maglia o all'uncinetto, icone e rosari, bigiotteria e confetture come marmellate e saponi. È un modo per aiutarle a sperare e a ricostruirsi un futuro: trovano qui una piccola fonte di reddito, un po' di dignità e autorità agli occhi dei propri figli e della società.
Come noto, infine, Antiochia riveste una notevole importanza storica, nella geografia della fede cristiana. Numerosi sono i pellegrini - in gruppo, da soli, a piedi o con altri mezzi - che giungono in questo luogo da tutto il mondo alla riscoperta delle radici della propria fede.
Ad essi, con tanta semplicità ma altrettanta competenza, padre Domenico fa una presentazione storica ed attuale del luogo: per lui è bello e prezioso poter testimoniare che qui non ci sono solo "pietre", ricordo di una Chiesa passata, ma una storia di fede e di vita che continua.
Sentinelle del mattino
E così, alla periferia di una grande metropoli come Istanbul, al centro di un'antica e storica cittadina come Smirne oppure in cima alla "collina dell'usignolo", in quel mosaico di culture che è Mersin o ad Antiochia sull'Oronte, i dodici frati continuano infaticabili a fare i custodi del passato, i costruttori del presente, le sentinelle del mattino. Se in Turchia tra i mille inviti alla preghiera dei muezzin, sentirete suonare una campana, pensate che questo è possibile anche grazie alla tenacia, alla fede e alla passione di un gruppuscolo di frati cappuccini che credono nella forza del Vangelo.
(Mariagrazia Zambon )