DAWRO KONTA: I MISSIONARI E LA LORO QUOTIDIANITA'
Voci, riflessioni e ricordi d'Africa
La prima cosa che mi ha affascinato in questa nuova avventura è la novità stessa della missione, cioè vedere come sorge una comunità. Rendersi conto come il Signore crea dal nulla le cose, chiama a seguirlo, decide lui il nostro futuro. Quando siamo venuti qui, non ci siamo messi subito a predicare; ci siamo fatti vedere, abbiamo cominciato a costruire ed a coltivare. Poi alcune persone ci hanno chiamato. Siamo andati col catechista nella loro famiglia a portare medicine. Dopo qualche giorno ci hanno detto che volevano cominciare un cammino di catechesi. (Cassiano Calamelli, dicembre 1998)
La seconda cosa che mi ha colpito è la bellezza del posto, un amore a prima vista. Più umido rispetto al Kambatta, ma non fa problema. La Provvidenza ci ha portati qui e, in un certo senso, ci ha quasi costretti a fermarci. Il terzo elemento molto promettente sono le forti prospettive di sviluppo. Con l'apertura della strada costruita, tutta questa regione dovrebbe diventare una zona di grande promozione. Ora Gassa Chiare si trova in una posizione centrale e su una strada di grande comunicazione. Al momento di scegliere, ci hanno detto che questo cucuzzolo sembrava la posizione migliore, anche per un significato di distinzione e di onore suggerito dall'altitudine, a cui la mentalità locale, così attenta ai vari simbolismi della vita civile, attribuisce grande importanza". (Cassiano Calamelli, dicembre 1998)
Da sempre sento nella mia esistenza questo mandato del Signore. Ora mi trovo a viverlo in un contesto diverso da quello a cui ero abituato, ma la missione è sempre la stessa, qui in Dawro Konta come in Italia: annunciare il volto paterno di Dio, confermando questo annuncio con gesti concreti verso chi mi sta accanto, con segni credibili di solidarietà e di condivisione. (Marcello Silenzi, ottobre 1998)
Il messaggio della missione mi sembra uno solo: cambiare vita! E' l'aiuto più importante da dare alla missione. È inutile mandare nel terzo mondo anche forti somme di denaro, se poi tutto questo rimane un gesto isolato, che non coinvolge realmente lo stile di vita delle persone: meglio smettere di collaborare, col nostro stile di vita, al furto collettivo, attuato dalle economie occidentali nei confronti di quelle meno fortunate. (Marcello Silenzi, ottobre 1998)
Esistono diversità di modelli di vita e di cultura. Non è così scontato che si viva meglio in Europa rispetto all'Etiopia. Finché questa società non viene avvelenata dai nostri peggiori modelli di sviluppo, la gente qui vive contenta, molto più che nelle nostre società industrializzate. Cominciano ad essere infelici quando sognano il possesso e il benessere. Il nostro sistema di vita, comunemente considerato migliore, lo paghiamo con un maggiore consumo di energia e di materie prime, con il deterioramento della nostra salute fisica e psichica, con la difficoltà nei nostri rapporti familiari e sociali. (Marcello Silenzi, ottobre 1998)
È ormai un mese che sono arrivato nel Dawro Konta e vorrei dare un breve resoconto ai lettori di "Messaggero Cappuccino". Di salute sto benissimo. Per Pasqua ho aiutato abba Fikadu nella chiesa di Gassa Chare a battezzare ben 184 persone fra bambini e adulti. La cerimonia - battesimo e messa - è durata tre ore e mezzo: io mi sono stancato molto, ma debbo dire che è stata una celebrazione molto sentita e commovente. Ho ancora nell'orecchio il ritmo dei tamburi e il canto della gente - quanta! - quasi tutti giovani e bambini. A forza di ripeterla, ho imparato a memoria anch'io la formula del battesimo. (Marco Busni, marzo 2001)
Per diciotto anni sono stato a Faenza. Quando ho maturato l'idea che ciò che potevo dare alla parrocchia l'avevo dato, ho chiesto di partire. Anche eventi tristi della vita, quali la perdita dei genitori, interpretati alla luce della fede, mi hanno manifestato questa volontà di Dio. Non credo di aver lasciato nessuno, porto le persone nel cuore, nelle preghiere. Mi ritengo inviato anche da loro. Qui mi dovrò ambientare, dovrò conoscere, imparare, osservare, poi si vedrà. Alle autorità etiopiche interessano soprattutto le opere sociali: scuole, dispensari e acquedotti. Noi facciamo anche questo, ma fondamentale per noi è l'annuncio del Vangelo. (Marco Busni, maggio 2001)
Qui sembra di essere in autunno inoltrato, con piogge giornaliere, umidità e freddo al mattino e alla sera. La gente ha potuto raccogliere ben poco e quindi il prossimo sarà un anno di indigenza. Con tutta questa umidità mi è capitato, una quindicina di giorni fa, a Zima Waruma, di avere ad assistere alla messa, celebrata nel tukul della comunità, un serpentello, grosso come il braccio di un ragazzo, che si aggirava tra la paglia e i legni del tetto. I ragazzi si spostavano con il muoversi dell'animale. Io ho continuato la messa, ma pensavo: "Va a finire che quell'imbecille mi cade in testa!". E invece, dopo avere girato e rigirato, si è nascosto tra la paglia. Dopo la messa, la gente mi ha ripetuto che spesso hanno serpentelli nelle loro case e sono utili perché fanno piazza pulita dei topi. Ben più grossi sono gli animali che incontrano nei loro campi e che salgono dall'Omo: azzannano gazzelle e capretti, ma fino ad ora non hanno attaccato le persone. (Cassiano Calamelli, giugno 1998)
Il 1° aprile 2002, a Bologna, ci ha lasciati padre Cassiano Calamelli. Era rientrato dalla missione del Dawro Konta poco prima di Natale, subito dopo aver spedito gli auguri natalizi ad amici e benefattori. "È restato coraggiosamente sulla breccia - ha scritto il Vicario apostolico mons. Domenico Marinozzi - fino al momento in cui la malattia lo ha bloccato. Anche dopo diverse diagnosi preoccupanti da parte di medici di Soddo, si è sempre ostinato a rientrare nel suo campo di lavoro nel Dawro Konta, finché ha dovuto far ritorno in Addis Abeba e di lì in Italia per l'ultima fatale diagnosi". Dal rientro nel dicembre 2001 sono trascorsi quattro mesi di esami, di tentativi vari di cura e soprattutto di grande sofferenza, vissuti con una forza d'animo e una fede straordinari.
Era nato a Borgo Tossignano il 31 marzo 1932; nel 1947 vestiva l'abito cappuccino, nel 1948 emetteva la sua prima professione religiosa e nel 1953 la professione perpetua; nel 1957 veniva ordinato sacerdote. Per 15 anni è stato animatore vocazionale in Romagna (dal 1958 al 1973), e per 26 anni è stato missionario (in Kambatta-Hadya dal 1974 al 1994, nel Dawro Konta dal 1996 fino al 2001).
"L'ho seguito, come vescovo e come fratello - scrive mons. Domenico Marinozzi" - nei vari posti di servizio missionario, svolto ovunque con amore, dedizione, competenza, coraggio, senza risparmiarsi, ammirato da tutti, anche dai non cristiani, amato e stimato ancor più da noi sacerdoti, religiosi e suore. Con il suo brillante umorismo sapeva smussare le tensioni, portando serenità e pace in ogni contesto". (Dino Dozzi, aprile 2002)
"Abbiamo deciso di incominciare ufficialmente la nostra evangelizzazione nel giorno di Pentecoste. È piovuto abbondantemente tutta la notte e fino alle prime luci del mattino; dense nuvole bianche e grigie creano una atmosfera soffusa e misteriosa. In questa atmosfera, innalziamo e piantiamo la croce di barzaf sulla collina; occorrono tre o quattro persone per posizionarla. La croce sembra abbracciare tutto e tutti: la vallata, le montagne, le abitazioni, i campi coltivati, le attività di uomini e donne. Si fa strada anche un po' di paura per il lavoro apostolico che ci attende, il timore di non essere pronti per testimoniare il Vangelo". (Ezio Venturini, giugno 1997)
Abba Fikadu, cappuccino wolaita, conosce naturalmente lingua e cultura della regione perché è anche la sua. È stato ed è di grande aiuto specialmente nella formazione e direzione dei catechisti. Le piccole comunità si sono moltiplicate e ora intorno a Gassa Chare ce n'è una rosa che fa ben sperare per il futuro. La venuta di padre Fikadu ha lasciato padre Cassiano più libero di dedicarsi alle opere di promozione umana previste nel piano della missione: in particolare la venuta e sistemazione delle suore e la costruzione dell'asilo, opera espressamente richiesta dalla gente come priorità, per dare una prima istruzione ai bambini del paese sorto nella zona. (Silvero Farneti, ottobre 2001)
Per Raffaello, due sono le attività che ogni missionario deve fare: le scuolette di alfabeto, dove ininterrottamente per tutta la mattinata i bambini urlano a, b, c… finché gli entrano in testa, e riparare le strade. Poco importa se durante le piogge tutto ritorna come prima. Si può anche aggiungere che Raffaello è uomo di fede e lascia volentieri molto spazio allo Spirito Santo. (Silverio Farneti, dicembre 2002)
La nuova Missione è stata una scelta profetica per la nostra Provincia di Bologna, perchè ha convogliato vecchie e nuove risorse altrimenti perse o inutilizzate. Il lavoro pastorale è grandissimo, per cui siamo grati alla Madre Provincia per il sostegno incondizionato e generoso che ci dà, ma abbiamo bisogno di forze supplementari. La missione ad gentes non è al capolinea, ma è agli inizi, per cui rinnoviamo l'appello ad una spiritualità e formazione specifica all'interno della Chiesa e della Provincia di Bologna. (Renzo Mancini, marzo 2004)
Sfogliando il mio diario negli ultimi due mesi, vedo che maggio è iniziato con la celebrazione della Pasqua etiopica e, per la prima volta, mi sono trovato in trasferta a Robi-Waka per aiutare padre Adriano il quale aveva ben 231 catecumeni da battezzare ed è stato ben felice di lasciarne la metà a me, sicché posso dire che è stata una Pasqua davvero memorabile. Nella prima settimana ho cominciato anche qualche lezione di wolatygna con padre Gabriele per cercare la necessaria preparazione a celebrare la Messa da solo, perché fino ad allora mi limitavo a concelebrare con padre Marco e al massimo recitavo qualche preghiera dopo la consacrazione. (Bruno Sitta, maggio 2005)
Il giorno 30 insieme a padre Marco sono andato a visitare padre Raffaello nella sua stazione di Duga e poi insieme siamo arrivati anche ad Angallà, sua precedente residenza, che io non avevo ancora visto. Infine il 31 abbiamo concluso maggio a Gassa Chare con un incontro di tutti i missionari del Dawro, e ho dovuto fare da segretario prendendo nota di quanto si diceva e poi farne un rapporto completo. Giugno invece è cominciato con la lotta alle termiti ed altri insetti che ci mangiavano le canne di bambù, che costituiscono le pareti del nostro garage; ma è anche il mese che mi ha visto visitare tre Cappelle lontane: Buri a 27 km, Doddi a 20 km e Delle Amba a ben 34 km da Baccio, tutte irraggiungibili durante le piogge perché le piste, già di per sé difficili molto più di quelle che avevo sperimentato in Kambatta, diventano impraticabili anche per le vetture a doppia trazione.Queste tre Cappelle sono semplici tukul, cioè capanne rotonde con una struttura portante in legno intonacata di fango ed un tetto conico rivestito con fasci d'erba secca, non proprio a tenuta stagna…, e sono già insufficienti ad accogliere fedeli e catecumeni che arrivano anche da più ore di cammino. Vedendo queste strutture così povere ed il grande concorso di fedeli e catecumeni, mi tornavano in mente le mie prime esperienze missionarie in Kambatta, rilevandone le stesse caratteristiche e quindi nutrendo la speranza per un identico sviluppo. (Bruno Sitta, giugno 2005)
Sfogliando il mio diario del mese di luglio, ho visto che l'evento principale, a parte le bombe dei terroristi a Londra, è stato per noi la malaria che ha disturbato molto padre Gabriele, il quale ha provato parecchie cure senza ottenere un risultato soddisfacente tanto che, a metà mese, ha dovuto andare a Soddo dal dottor Kalemù, il più quotato medico locale, per cercare una soluzione al suo problema. Ma evidentemente anche le celebrità non possono sempre risolvere tutti i casi e così, dopo la cura di Kalemù, rivelatasi inefficace, verso la fine del mese siamo andati in Addis Abeba per un'altra cura ad opera di suor Irene, una suora infermiera di lunga esperienza; ed alla fine la situazione si è schiarita un poco, anche se non del tutto, perché la malaria chi ce l'ha se la deve tenere vita natural durante! Per il resto nel mese di luglio ho notato solo qualche visita, a cominciare da quella del 3 luglio con il dott. Claudio, un dentista venuto a collaborare con la clinica di Dubbo e per due giorni nel Dawro a prestare la sua opera di specialista. (Bruno Sitta, agosto 2005)
Ieri sono stato chiamato per portare una partoriente di Zimma alla clinica di Yello e, pur trattandosi di soli 10 km, è stata una pena per le cattive condizioni della donna e anche quelle della strada. L'ho lasciata in clinica e sono tornato a casa, ma poco dopo il catechista è venuto a dire che il nascituro era già morto e la donna doveva andare subito all'ospedale di Soddo perché rischiava di morire anche lei. È stata una corsa contro il tempo, su una strada che non permetteva di correre, ma a pochi chilometri dalla meta la giovane donna è morta senza un lamento. Abbiamo fermato la vettura, ed il marito con altri due parenti l'hanno trasferita sul cassone e si sono messi anche loro dietro per il lamento funebre per tutto il viaggio di ritorno. Ho avuto tempo e modo di pensare a quanto fosse facile morire da queste parti… (Bruno Sitta, ottobre 2005)