p.Giancarlo Anceschi
missionario in Centrafrica dal 1966
Il frate meccanico
I rischi del mestiere
Giancarlo Anceschi è partito per il Centrafrica nel 1966. Faceva parte del secondo gruppo di missionari arrivati nella diocesi di Bossangoa, in aiuto ai cappuccini francesi delle allora Province della Savoia e di Lyon. L'apertura della missione in Centrafrica aveva suscitato grande entusiasmo tra i Cappuccini dell'Emilia soprattutto fra i giovani. Infatti, del gruppo di otto ordinati nel 1965 ben 5 sono partiti missionari. Giancarlo era tra questi. Destinato alla stazione di Batangafo, ha svolto un servizio particolare a tutta la missione: si è occupato fin dall'inizio del garage e per oltre 30 anni ha riparato le vetture. Tenendo conto delle strade dissestate e della imperizia di alcuni missionari, si può immaginare la mole di lavoro che ha svolto. Si era attrezzato perfino di un tornio per la fabbricazione dei pezzi di ricambio.
Ma non si occupava solo del garage. Seguiva i cristiani di vari villaggi della savana che visitava regolarmente, portando, assieme alla parola di Dio, medicine e materiale per la costruzione di scuole e cappelle. Dopo la cessione di Batangafo alla diocesi, è stato trasferito a Gofo nel Centro catechistico diocesano, dove ha continuato la sua opera con lo stesso impegno al servizio del Centro agricolo. In questo periodo ha costruito un mini-ospedale in un villaggio dell'interno, Sabo, dove due medici - il nostro Antonio Triani e uno centrafricano - prestano la loro opera ogni settimana.
Con la fondazione della nuova Viceprovincia, Giancarlo si trasferisce a Gaoundaye, vicino al confine con il Ciad, un territorio a rischio per la guerra in corso tra ribelli ed esercito governativo. Durante la guerra, i cristiani del luogo hanno difeso i missionari dagli attacchi dei ribelli mercenari musulmani del Ciad, dimostrando così l'apprezzamento che hanno per i loro sacerdoti.
p.Antonios Alberto
missionario in Centrafrica dal 2003
La rigenerazione ai tropici
Eccomi
Il motivo della mia partenza come missionario in Centrafrica è particolare. Io non ho chiesto a nessuno di andare in missione, ma in febbraio 2003 ho ricevuto una lettera da parte del Ministro generale dell'epoca, John Corriveau, con cui mi domandava di vivere e lavorare nella Vice-Provincia di Ciad e Repubblica Centrafricana come missionario. Sono partito dall'Etiopia per il Centrafrica il 18 luglio 2003.
Io non avevo mai svolto attività pastorale fuori del mio paese. Ho iniziato la mia esperienza missionaria nel Centrafrica. In Etiopia avevo svolto servizi nel Vicariato Apostolico di Harar come coordinatore diocesano tra il 1987 e il 1990; in Addis Abeba come direttore degli studenti cappuccini di filosofia e teologia tra il 1993 e il 1994; come professore di Storia della Chiesa nell'Istituto cappuccino-francescano di filosofia e teologia e come parroco della parrocchia di San Francesco tra il 1997 e il 2001; come presidente nazionale dell'Associazione del Clero Nazionale Etiopico tra il 1998 e il 2002; a Dessié come guardiano e direttore della scuola secondaria tra il 2001 e il 2003.
Dal 1990 al 1997 ero stato a Roma, nel Collegio internazionale San Lorenzo da Brindisi, a studiare storia della Chiesa all'Università Gregoriana, dove ho conseguito il dottorato nel 1997.
In Centrafrica mi trovo abbastanza bene: c'è solo il clima tropicale che mi crea qualche disagio. Il mio lavoro principale qui è quello di professore di storia della Chiesa e di patrologia al Seminario Maggiore Nazionale San Marco di Bimbo. Collaboro anche alle attività pastorali della nostra chiesetta di Bimbo
p.Bruno Biagi
missionario in Centrafrica dal 1973
Le eruzioni dell'agronomo
Il teorico delle vacche
Quando si parla di Bruno, balza subito alla mente l'immagine del vulcano: un'eruzione continua di idee, di progetti e di opere. Era andato in Centrafrica nel 1973 giusto per concludere un lavoretto lasciato in sospeso dall'amico e confratello Daniele: mettere in piedi una cooperativa agricola che desse agli africani il gusto e l'utile di un lavoro comunitario, sottraendoli nel contempo alla umiliante necessità di dover dipendere dai bianchi anche per soffiarsi il naso. Fece il viaggio al seguito di un capiente container, con la necessaria attrezzatura, più qualche salame e qualche bottiglia. È rimasto al Centro catechistico di Gofo fino al 1995. Ha prestato la sua opera come insegnante e come assistente tecnico per l'agricoltura e l'allevamento del bestiame.
Nel 1999 viene eletto superiore regolare della custodia. La sua attività pastorale al Centro catechistico è abbinata alla sua opera sociale di diffusione della coltivazione a trazione animale. La zona di Batangafo è così diventata la zona in cui è più diffuso l'uso di carri agricoli, aratri e buoi. Questo lo si deve soprattutto alla sensibilizzazione operata da Bruno. Per questo suo impegno, viene insignito della medaglia d'oro al merito agricolo dal Presidente della Repubblica. Attualmente è a Bouar, nel Seminario Serafico dove insegna filosofia: è laureato in lettere e filosofia alla Cattolica di Milano. Ma la sua attenzione è rivolta all'agricoltura e all'allevamento del bestiame per rendere autonomo il seminario dal punto di vista alimentare. Durante il suo soggiorno in Italia ha fatto una specie di gemellaggio con l'università di Ferrara per avere l'assistenza tecnica per la fecondazione artificiale delle mucche con l'intento di migliorare la razza. Il suo motto è "Meno farmacie e più vacche".
p.Damiano Bonori
missionario in Centrafrica dal 1966
intervistato da Severina Oleari
collaboratrice dell'Animazione missionaria
In cammino verso l'autonomia
Padre Damiano Bonori, nato a Bologna il 26 agosto 1938, parte per il Centrafrica nel 1966, insieme ad altri cinque giovani padri cappuccini e in quel paese si trova tuttora per continuare il suo più che quarantennale servizio.
Quale era la situazione sociale e economica che avete trovato al vostro arrivo in Centrafrica?
La situazione che trovammo al nostro arrivo era decisamente migliore di quella attuale. Grazie ai francesi presenti sul territorio, vi era una valida struttura per quanto riguardava l'agricoltura, la produzione del cotone, gli ospedali e la scuola. Era al potere Bokassa, che governava in modo severo e rigido: ogni giorno tutti gli uomini validi, con la sola esclusione di vecchi e bambini, dovevano per forza recarsi nei campi a lavorare, senza alcuna eccezione. Se qualcuno cercava di sottrarsi, si vedeva prelevare dalle guardie che lo mettevano in prigione.
Era un regime molto duro, difficile da accettare per la mentalità occidentale, ma Bokassa riteneva che con il suo popolo occorresse il pugno di ferro per far funzionare l'agricoltura e l'economia; la benintenzionata comprensione degli europei si rivelava inutile se non, spesso, controproducente.
Quale fu, in seguito, l'evoluzione del sistema che portò allo stato di cose attuale?
Dopo la partenza dei francesi e le note vicende che portarono alla caduta e alla fuga in Francia di Bokassa, le cose degenerarono rapidamente. Le infrastrutture create dai francesi - fabbriche, cotonifici, aziende agricole - vennero abbandonate, depredate, distrutte.
Per meglio capire gli eventi, occorre tenere presente com'è strutturata la società: basata sul clan. Per il bambino non ci sono papà e mamma, il nucleo famigliare su cui si basa la società occidentale; c'è invece il clan: una struttura di più famiglie legata da vincoli di parentela a cui ognuno dei componenti è vincolato e da cui è protetto. Questi clan sono spesso rivali e in lotta tra loro da tempi ancestrali e, dopo la caduta di Bokassa, si armarono con tutto ciò che riuscirono a trovare e cominciarono una guerra tribale di tutti contro tutti, che continua tuttora. Le conseguenze di questo conflitto sono tragicamente evidenti: sparizioni, morti, povertà, villaggi depredati e distrutti, anche più volte, da clan diversi in lotta tra loro.
Di cosa vive, attualmente, la popolazione Centrafricana?
Le fabbriche e le industrie sono pochissime e poco funzionanti. La gente vive essenzialmente di quello che coltiva direttamente nella terra data in concessione dal governo. Una delle produzioni principali è la manioca, il cibo più usato perché gradevole di sapore e in grado di dare un piacevole senso di sazietà, ma poverissimo dal punto di vista nutrizionale. Ci sono poi il miglio, utilizzato per fare una specie di polenta, alcuni altri cereali, un po' di frutta, quello che riescono a procurarsi con la caccia e, ove possibile, la pesca. Il tentativo di creare piccole serre per la produzione di frutta, ricca di vitamine e sali minerali, è fallito per il carattere individualista del centrafricano, che preferisce continuare a coltivare il proprio pezzetto di terra con l'aiuto delle mogli e dei figli. Si può dire che nelle campagne si vive in modo essenziale e primitivo, come agli inizi dei tempi. Io sono convinto che non si riuscirà ad avere un risultato apprezzabile finché la popolazione non farà propria l'esigenza di una vita migliore, costruendo con senso di responsabilità quelle strutture per un'esistenza più vivibile, sentendole come proprie e non come qualcosa di regalato dagli europei, da prendere, sfruttare e gettare via.
Riguardo al lavoro dei campi Lei ha parlato di mogli, al plurale. C'è dunque la poligamia?
Sì, questo è un dato di fatto, la poligamia esiste. Nei ceti più benestanti è come uno status symbol che prova il benessere e le possibilità economiche. Nei ceti più poveri, fra i contadini, chi può permetterselo prende più mogli per avere più aiuto nei campi. La donna è vista essenzialmente come uno strumento per fare figli e come una forza lavoro, senza alcun diritto né autonomia. La cosa più triste è vedere la rassegnazione senza speranza di queste donne.
Questo accade anche tra le persone più giovani o qualcosa sta cambiando?
Tra i più giovani forse qualcosa si sta muovendo. Io ho insegnato per vent'anni al liceo, dalle prime classi all'ultima che porta al baccalaureato, e parlavo spesso alle ragazze del loro diritto alla propria dignità personale e alla propria scelta di vita. Qualcosa si muove, ma la strada è ancora molto lunga perché il potere del clan sull'individuo e, in particolare, sulla donna è molto forte. Questa esperienza nella scuola è stata molto importante per me: lavoravamo in estrema povertà, studiando e confrontandoci sulla Bibbia, ma devo dire che i giovani non mi sono mai venuti meno, né mi hanno deluso. Si sono creati, con molti, legami forti e duraturi. Tanti ancora mi scrivono e si tengono in contatto con me. Sì, è stata un'esperienza forte e positiva.
Oltre all'insegnamento, quali sono state le iniziative a cui maggiormente si è dedicato in questi quarant'anni?
Noi siamo andati in Centrafrica per portare la Parola di Dio. Il territorio che ci è stato assegnato è grande circa quanto l'Emilia-Romagna. È un territorio vastissimo, disseminato di piccolissimi villaggi di capanne, quasi privo di strade che si possano definire tali.
Una delle prime esigenze è stata la formazione di catechisti preparati, che possano assolvere il compito di leggere e spiegare le letture nei posti dove solo raramente i sacerdoti possono andare più di qualche volta all'anno.
A Gofo, dove mi trovo, è sorto a questo scopo il Villaggio Ghirlandina, che accoglie, in alloggi confortevoli, i catechisti con le loro famiglie per un totale di 160-170 persone.
Nel villaggio ci sono un asilo e una scuola per i figli dei catechisti, aperta anche ai bambini dei dintorni. C'è un dispensario medico, cui fa ricorso tutta la popolazione dei dintorni. Il dispensario è presente in tutte le nostre missioni e anche in diversi villaggi per alcuni giorni della settimana. I malati spesso affrontano giorni interi di cammino per arrivarci e ricevere le cure necessarie, dato che le medicine hanno prezzi proibitivi per la popolazione. Abbiamo anche un'officina, per la riparazione degli attrezzi agricoli e di quanto serve alla vita della comunità. Intorno ci sono i campi e gli orti da cui otteniamo buona parte di quanto ci serve per il nostro sostentamento.
I catechisti che voi seguite da dove vengono e che percorso fanno?
Vengono dai villaggi dei dintorni e ne accogliamo più di una ventina per volta con le loro famiglie. Il loro percorso dura in totale tre anni. Ogni anno rimangono con noi per nove mesi, corrispondenti, circa, al periodo delle piogge, poi tornano nei loro villaggi per cercare di mettere in pratica quanto hanno imparato. Il lavoro che devono affrontare con noi è abbastanza duro, con tempi stabiliti per la preghiera, l'apprendimento, lo studio e il lavoro. Quando arrivano dai villaggi, abituati ad una vita libera e senza orari prestabiliti, hanno qualche difficoltà. Alcuni non ce la fanno e rinunciano, ma la maggior parte termina il percorso di tre anni ed è pronto ad andare nei villaggi della campagna per diffondere il Vangelo. Il loro compito è quello di essere avamposto della Chiesa nei luoghi più sperduti, in modo da coprire il più possibile il territorio.
p.Cesare Clerici
missionario in Centrafrica dal 1966
Dove la vita è semplice
Fissate alcune date emblematiche
Nell'ottobre del 1950, entrando nel convento dei cappuccini di Pontremoli, guardai sul frontale della porta e lessi "Collegio Missionario Cappuccini". Nel 1964, il primo vescovo di Bossangoa nella Repubblica Centrafricana, Leon Chambon, venne a Reggio Emilia a chiedere aiuti per la sua diocesi e ci ordinò suddiaconi: eravamo in otto. In quell'occasione partirono i primi 5 missionari e l'anno successivo ne partirono altri due (Callisto e Stefano).
Ordinati poi diaconi, in cinque su otto facemmo domanda di andare missionari in Centrafrica. La domanda fu accolta e nel 1965, ordinati sacerdoti, ci inviarono in Francia ad imparare la lingua. Nell'agosto del 1966, con Renato Peri, un missionario laico, salpammo da Genova con una nave di bandiera ganese e, dopo 40 giorni di navigazione, il 22 settembre, alle ore 12,30 siamo arrivati a Batangafo, accolti con gioia dal Ministro provinciale in visita e dai confratelli.
Fui destinato alla stazione missionaria di Bouca, 300 chilometri a Nord della capitale Bangui. Con padre Callisto, abbiamo scelto l'apostolato itinerante. Si trattava di percorrere le diverse piste della savana, visitando le comunità cristiane, incontrando i catechisti, amministrando i sacramenti. Le piste avevano la lunghezza di 360 chilometri e le comunità cristiane erano settanta. Ho svolto questo apostolato per 15 anni.
Nel 1980 abbiamo ceduto la parrocchia di Bouca al clero diocesano e io sono stato trasferito a Kabo come parroco per altri 15 anni. Qui ho potuto costruire una nuova chiesa, con l'aiuto dei confratelli e della Provincia. Chiusa la stazione missionaria di Kabo nel 1995, sono passato alla stazione di Batangafo per cinque anni, con catechesi e battesimi nella savana.
Da 2000 al 2001 ho passato un anno a Bimbo e dal 2001 sono nella stazione missionaria di Gofo, dove abbiamo un Centro agricolo e la Scuola per catechisti. Il mio lavoro a Gofo consiste nell'insegnamento ai catechisti, nell'apostolato nella savana, nell'agricoltura e nei lavori meccanici.
Fortunatamente ho ancora salute e ringrazio il Signore per ogni giorno in più che mi dà di vita missionaria. La vita in Centrafrica è più semplice e naturale rispetto all'Italia: la società è meno corrotta. Non esistono stupro, omosessualità, pederastia. Purtroppo, nelle grandi città sta entrando la droga.
Le celebrazioni liturgiche sono più vive rispetto a quelle in Italia; c'è maggiore partecipazione ai sacramenti; intensa è la vita dei gruppi giovanili, con incontri, conferenze, feste. Il clero locale non sempre dà buona testimonianza, ma la gente non ne è troppo scandalizzata.
Per quanto riguarda i cappuccini, le vocazioni sono numerose - l'Africa è al terzo posto dopo l'Asia e l'America Latina - e per il momento si registra una buona qualità: speriamo che duri.
Norberto Munari
missionario in Centrafrica dal 1976
L'uomo della savana, tra belve e ribelli
Armato di branda e pentola
Norberto è in Centrafrica dal 1976 e svolge la sua attività missionaria con base al Villaggio catechistico di Gofo. È l'uomo della savana: segue le comunità cristiane di un enorme territorio che si estende su centinaia di chilometri di pista. Passa di villaggio in villaggio, assistendo la popolazione abbandonata a se stessa, portando una parola di conforto e aiuti materiali. Segue la catechesi dei catecumeni e soprattutto la formazione dei catechisti.
Trascorre la sua vita nella savana. Rientra ogni dieci/quindici giorni per rifornirsi di carburante e di un po' di viveri, e riparte per l'interno. Una branda e una pentola sono il suo equipaggiamento. Negli ultimi tempi ha avuto brutti incontri con i ribelli che infestano il territorio. Lo hanno spogliato perfino dei sandali e della cinghia dei pantaloni. Purtroppo, nell'ultimo incontro ha perduto anche la vettura. Ha costruito cappelle e scuole, ha procurato biciclette ai catechisti per i loro spostamenti e macchine da cucire alle loro mogli.
Norberto è davvero il missionario itinerante del Centrafrica.
p.Antonino Serventini
missionario in Centrafrica dal 1988
La giungla nella quale voglio addentrarmi
Un convento tira l'altro
Vedo che le domande di MC sono dirette di preferenza a conoscere la persona del missionario e la sua storia; capisco che occorre franchezza da parte mia. Cercherò di rispondere semplicemente in verità.
Perché sono partito missionario? Perché il Signore mi ha chiamato da piccolo. Quando sono partito? A trentanove anni! C'è poco da ridere: è così! E vi spiego il perché. Da piccolo mia madre Gina, in campagna, dopo la potatura delle vigne, mi diceva: Tira su quegli stecchi. Ma io non ne avevo voglia. Lei insisteva, esigeva e comandava. Ed io: Oh... arriverà bene il tempo in cui andrò nella giungla! Ma non sapevo quel che dicevo. Infatti, per me la giungla rappresentava solo l'avventura, la fuga dalla triste realtà di dover raccogliere stecchi, comandato a bacchetta. Tutto lì. Questo è vero.
Devo però dire tutta la verità. Già da piccolo, più in profondità nel mio cuore, c'era il desiderio e la voglia di diventare sacerdote, come il mio parroco don Eustachio, e di diventare santo come il mio papà Giuseppe, il campanaro e il sacrestano di Villabianca, dove sono nato.
Di lì a poco - avevo dieci anni - ho lasciato i miei due fratelli Federico e Arcangelo, ho lasciato Villabianca e sono entrato in seminario a Vignola, a otto chilometri, lontano dalle vigne. Così ho felicemente smesso di raccogliere stecchi. Ma ne son passati di anni prima che potessi veder la giungla. Scandiano, San Martino in Rio, Piacenza, Cesena: finalmente frate cappuccino nel 1965. Poi Lugo di Romagna, Reggio Emilia, Bologna: finalmente sacerdote nel 1973.
E ora - mi sono detto - parto. Chiedo a padre Silvio, Ministro provinciale, di poter andare missionario in Centrafrica. No - mi risponde - prima di fare il missionario, devi "fare dei missionari". Vai in seminario, tra i ragazzi delle medie. E la serie dei conventi ricomincia: Scandiano, Roma, Scandiano, Parma, Scandiano, Fidenza, Salsomaggiore: fino al 1987. Gli anni passano, e quel che è buffo è che di missionari ne ho "fatti" solo due: frate Antonio Triani e Filippo Aliani, uno partito prima di me per il Centrafrica, e uno dopo di me per la Romania.
Un bel giorno padre Oriano Granella, Ministro provinciale dopo Silvio, mi prospetta l'eventualità che io diventi Definitore provinciale, cioè Consigliere.
- No - rispondo - non è per me; io voglio andar in Africa.
- Tu dici sempre che vuoi andare in Africa, ribatte, ma poi cincischi, cincischi, e sei sempre qui in Italia!
- Beh, cosa occorre per andarci?, riprendo.
- È semplice: una domanda scritta.
- Ok, allora la faccio.
E dopo due giorni ho steso la domanda e gliel'ho portata. Mi ha detto di sì. E sono partito: 23 febbraio 1988. Avevo trentanove anni.
Crescere facendo crescere
Sono sempre stato in mezzo ai giovani. Premetto che considero attività missionaria anche i quindici anni di servizio svolto in Italia, quando prima di far il missionario ho cercato di "far dei missionari". Per questo, ordinato nel '73, ho lavorato tra i ragazzi e i giovani, a partire da Scandiano fino al periodo di Fidenza, Salsomaggiore, mettendoci anima, corpo e cuore.
In Seminario minore, come assistente e poi direttore; a Parma, come vice di padre Raimondo Bardelli, nel Centro Vocazioni Adulte; e poi a Fidenza, come direttore del Postulato, in coppia col mio caro Oscar Pellesi.
E poi ho partecipato anche a missioni al popolo, questo tipo di predicazione intensa, in varie città d'Italia: Carpi, Cesena, Pisa, Reggio Emilia, sempre come inviato speciale tra giovani e ragazzi.
Perciò trovo continuità tra ciò che ho svolto in Italia e ciò che ho fatto qui: catechesi, formazione, predicazione. Trovo continuità di metodo tra il catechismo che impartivo ai ragazzini della parrocchia di S. Giuseppe a Bologna, fino a quelli di S. Antonio a Salsomaggiore e la formazione dei catechisti a Gofo, fino all'accompagnamento dei giovani aspiranti, qui a Bimbo, un quartiere della capitale Bangui.
Trovo continuità di crescita fra le missioni al popolo in Italia e la missione ad gentes nei piccoli villaggi della savana, che in Centrafrica chiamano brousse, attorno a Gofo. Trovo continuità di avvio e progresso nella direzione spirituale ai giovani in Italia fino all'accompagnamento spirituale dei giovani per il discernimento della giusta riuscita della loro vita, qui nella capitale centrafricana.
Allora quali attività missionarie ho fatto in precedenza? Il primo impegno, da febbraio a settembre '88, è stato il dono della lingua sango: imparare bene la lingua locale alla scuola di frate Damiano Bonori, a Batangafo; e per sette mesi sono stato con lui e frate Giuliano Messina, in stretta collaborazione, nella pastorale parrocchiale.
Poi mi è stato chiesto di collaborare nella formazione dei frati cappuccini. Ho accettato: sono "salito" al nord, in Ciad, a Mouridou, fraternità St. Fidel. Ma per poco. Sono rientrato a Batangafo, confuso e contuso, dopo soli tre mesi, alla fine di dicembre. Nel gennaio seguente, dopo il capitolo dei missionari, sono stato affidato alla fraternità di Gofo, al villaggio Ghirlandina, coi frati Bruno, Giancarlo, Antonio, Nabuto. Lì ci sono rimasto sei anni, come vice-direttore e poi direttore della scuola dei catechisti. E mi è piaciuto tanto. Mi furono affidate anche cinque o sei cappelle di savana, dove mi recavo per il servizio domenicale, e la formazione dei catechisti nelle rispettive comunità.
Come sto? Questa è una domanda molto delicata e provoca una risposta molto laboriosa. Mi è un po' difficile esternare il mio vissuto, ma è bene essere franco. I quindici, meglio i trent'anni di formazione mia personale in Italia (1958-1988) sono stati tutti contrassegnati da un desiderio: il desiderio di essere santo come mio papà Giuseppe. E per me diventare santo significava essere come san Francesco, vivere come lui, povero come lui, nella stessa forma.
Quindi la mia tensione mi portava a privilegiare le strutture povere, le cose povere, i "luoghetti" di preghiera isolati, a vagheggiare gli eremi e caso mai una riforma da "piccola casetta fatta di frasche". Venire dunque in Centrafrica appariva agli occhi miei come la maniera di vivere finalmente la vita francescana povera, essere come san Francesco, in case povere, senza niente, predicando al popolo, e andando di villaggio in villaggio nella savana. Ecco - mi sono detto - la vita povera, strutturata come quella di san Francesco. E sono partito all'arrembaggio.
Ma la realtà non fu così. Poiché la realtà non era così, fuori di me e dentro di me. La prima esperienza "dura" fu Mouridou, St. Fidel. La casa: che bella piccola struttura! Semplice, essenziale, niente che non fosse necessario. Mi sentivo un piccolo Abramo, partito per un'altra terra, tra frati che non conoscevo prima e venuti da ogni parte: Francia, Canada, Ciad, Centrafrica; e io dall'Italia. Volti, culture, linguaggi, ritmi, caldo, sterminata pianura, sabbia.
Deserto fuori. Deserto dentro. Non potevo reggere. E non ressi. La nostalgia, la paura, la solitudine, l'inesperienza rivelarono il vuoto. Misero a nudo la mia inconsistenza. Il sogno francescano svanì. Si trattava di ridimensionare i sogni e di coniugare l'ideale con la mia realtà vera, portando i pesi che potevo portare. E dal Ciad sono "ridisceso" in Centrafrica.
Gofo era alla mia portata reale, possibile per il momento. La struttura non era quella dell'"eremo" ciadiano. Ma il clima era italiano. E ho tenuto bene, lavorando con passione per sei anni. La missione si rivelò formazione continua. Formazione alla realtà, alla mia realtà. Non ero san Francesco. Ero fra Antonino. E purtroppo non ero neanche fra Antonino, perché... non ero Antonino. Mi spiego meglio se riprendo la cronaca.
Dal 1995, dopo i sei anni di Gofo, sono venuto a Bimbo, nella capitale, e mi sono dedicato ai giovani aspiranti alla nostra vita di frati cappuccini. Ho iniziato un gruppo di preghiera padre Pio che si chiama "A l'Ecole de la Vie" (Alla scuola della vita): incontri settimanali in gruppo, incontri individuali su appuntamento sono stati i due assi portanti di quella formazione che ha dato frutti belli. Molti giovani di Bangui sono entrati in vari seminari e nel nostro Postulato dei cappuccini. Questo periodo è stato bello per me, perché continuavo a cercare il modo migliore di vivere la mia vita di frate e di insegnarla ai giovani, che la ricercavano.
Dopo un anno di sosta in Italia, nel 2001, sono rientrato in Centrafrica come guardiano della fraternità del Post-noviziato. Trenta frati. Tanto lavoro. Troppo. Ancora si rivelò che fra Antonino non poteva tenere perché fra Antonino non teneva conto della crescita di Antonino. Fra Antonino sarebbe stato frate minore solo se rispettava la sua semplicità e la sua piccolezza, i suoi ritmi e le sue esigenze, senza strafare e senza pretendere di essere il formatore, il riformatore, il salvatore.
Allora, come sto? Sto bene, progressivamente bene. Ora sono ancora qui a Bimbo dal 2004 e faccio un lavoro duplice: lavoro su di me per diventare bimbo e lavoro tra i giovani, accompagnandoli a ritrovare la loro persona, a riconoscersi, ad apprezzare i doni che hanno, ad aprirsi alla vita. Così Gesù Cristo si incarnerà in loro, con l'aiuto di Maria, vita, dolcezza e speranza loro e nostra.
Nuova prospettiva
Come vedo la situazione del Centrafrica? Rispondo partendo dalla situazione reale di questi giovani in cerca d'identità e di autenticità. Tanti giovani vengono a chiedere lavoro avventizio da noi frati. Perché? Perché i loro genitori non hanno i soldi per fornire loro libri e quaderni. E i genitori non sono pagati da mesi, e molti di loro continuano a lavorare "gratis" negli uffici da mesi. Nei villaggi i giovani spesso non vanno a scuola perché dei ribelli, banditi di strada, li fanno sfollare. I giovani non hanno istruzione: la scuola ha fallito in gran parte; e la Chiesa è corsa ai ripari, invitando Ordini e Congregazioni maschili e femminili a fondar scuole e collegi. Ora ci sono molte di queste scuole, ma ci vorranno molti anni prima di riprendere quota. E ciò significa che ci vorranno molti anni prima che lo Stato possa formare appieno e indipendentemente i futuri dirigenti del paese. Per ora i dirigenti sono stati e continuano ad essere formati in altri paesi ed in altre nazioni.
La Chiesa e l'Ordine cappuccino continuano ad avere fiducia in questi giovani, formandoli qui in Centrafrica e Ciad. Sono queste le nostre forze, non altre. C'è una nuova prospettiva: pur avendo bisogno di inviare molti giovani a formarsi all'estero, la Chiesa e l'Ordine cominciano a sensibilizzare i membri delle comunità per una presa in carico ed un risveglio di responsabilità personale che permetta l'autogestione.
È qui che vedo ben inserito il mio piccolo servizio fra i giovani. Partendo dalla mia esperienza personale ventennale in Ciad e Centrafrica, vedo che è questa la vera giungla nella quale mi addentro e voglio addentrarmi: il cuore di ogni giovane, perché lui possa ritrovare la sua propria persona.
Sarà la sola garanzia che dal proprio interno, unito a Gesù e a Maria, il giovane si libererà piano piano prima di tutto da ciò che lo rende inconsistente e poi sarà lui stesso protagonista del suo sviluppo e del suo progresso.
p.Antonio Triani
missionario, sacerdote e medico, in Centrafrica dal 1986
Curando il corpo e lo spirito
La strada verso la missione
Fin dall'adolescenza, quando facevo parte dell'Azione Cattolica, ho sentito vivo dentro di me il problema della povertà del Terzo Mondo, soprattutto dei bambini privi di cibo. Per questo, con altri ragazzi raccoglievamo carta, metalli, materiale di scarto per ricavarne denaro per le Missioni. Allo stesso scopo facevo anche modeste offerte personali in denaro. Nel frattempo ebbi modo di conoscere alcuni missionari come padre Daniele che è poi morto tragicamente a Batangafo.
Durante gli studi di medicina, questo interesse si è mantenuto vivo e così, dopo la laurea, mi sono chiesto quale obiettivo dare alla mia vita. Mi sembrava che il modo per rispondere meglio all'amore di Dio fosse divenire missionario. Sono così entrato in convento per studiare teologia, continuando l'esercizio della medicina. Un anno dopo l'ordinazione sacerdotale sono infine partito, nel 1986, per la Repubblica Centrafricana.
All'inizio sono stato accolto a Gofo, sede del villaggio per la formazione dei catechisti, dove si trova anche un dispensario, al tempo gestito da una suora infermiera. Lì aiutavo i frati nella loro attività di animazione nelle comunità della savana. La lingua locale, il sango, imparata dopo alcuni mesi, facilitava il rapporto con la gente. Per approfondire l'esperienza nel campo delle malattie tropicali mi sono recato per un certo periodo a Bocaranga, ove esercitava il confratello padre Luca come responsabile dell'ospedale locale.
Al ritorno, dopo aver ottenuto l'iscrizione al locale Ordine dei medici, iniziai ad occuparmi degli ammalati. Sono stato per sette anni aiuto parroco a Batangafo mentre il lavoro come medico aumentava, dopo la costruzione di un nuovo dispensario a Ouogo, creato allo scopo di curare la popolazione indigena. L'inaugurazione si è svolta con una solenne cerimonia alla presenza delle autorità religiose e civili nel 1992.
Il polso della situazione
Attualmente risiedo a Gofo e sono superiore locale della fraternità. Seguo otto comunità cristiane della savana. Si tratta di chiese ove lavorano i catechisti formati da noi. Il numero di battezzati è di circa un centinaio e il missionario si reca nelle chiese la domenica per le celebrazioni. In questi ultimi tempi, vista la presenza in zona di gruppi armati ribelli, la strada, già degradata, è ancor più in stato di abbandono (ponti rotti, buche, alberi caduti). Continuo il lavoro sanitario come responsabile dei due dispensari con l'aiuto di una suora infermiera e di personale locale. Non è mancato in passato un valido contributo dei missionari laici. Vista la situazione di insicurezza e di precarietà attuale, continuano le attività già avviate senza che ne vengano intraprese delle nuove.
Purtroppo le violenze della guerra e del periodo post-bellico non hanno favorito lo sviluppo del Paese, aggravando la miseria di tanti e determinando l'intervento di organismi internazionali come la Croce Rossa, i Medici Senza Frontiere, la Caritas ed altri. Speriamo si instauri un dialogo costruttivo per ricondurre le cose alla normalità.
Sono più ottimista per il futuro della Chiesa e dell'Ordine: la figura di Gesù esercita un fascino indiscutibile soprattutto tra la gente semplice. Molti chiedono di essere accolti nella comunità ecclesiale, vista con rispetto e simpatia. Il desiderio di adesione al vangelo tuttavia è difficile da attuare nella vita di tutti i giorni. In ogni caso, mentre i primi missionari richiedevano per il battesimo la volontà esplicita di aderire a Cristo, senza insistere troppo su una lunga preparazione, ora si cerca di favorirla con alcuni anni di catecumenato.
Anche l'Ordine sta iniziando a svilupparsi: già diversi frati hanno fatto la professione ed il futuro di questo paese è nelle loro mani.
p.Innocenzo Vaccari
missionario in Centrafrica dal 1976
Le concause di una vocazione missionaria
Missione fai da te
Innocenzo partì per il Centrafrica nel 1976 con il concorso di due cause: la prima era costituita dagli scrupoli su Madonna povertà che lo attanagliavano dopo ogni corso di esercizi spirituali; la seconda fu l'essere stato a contatto con tanti missionari come guardiano di San Martino in Rio. Dando loro il benvenuto e augurando loro buon viaggio, gli si stringeva il cuore, finché riuscì finalmente a partire anche lui.
Per alcuni anni è restato a Batangafo come viceparroco. Poi, passato a Gofo, ha sostituito Giancarlo come responsabile del garage e della manutenzione della casa. Attualmente è a Bimbo dove è incaricato della gestione del Centro di accoglienza.
Le sue doti di bricoleur lo rendono molto prezioso in una casa dove ci sono vetture, frigoriferi, pannelli solari, generatori, e dove non è facile reperire qualche artigiano preparato per le riparazioni. Non aggiusta solo cose materiali: assiste anche alcuni istituti di suore come direttore spirituale e confessore.